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Iran, ora il potere imbavaglia i riformisti


MARINA FORTI
DI RITORNO DA TEHRAN
manifesto – 29 Febbraio 2004
In un auditorium di Tehran centrale i «vincitori» si presentano alla stampa. Non sono nomi di particolare spicco nella scena politica iraniana: personaggi scialbi, d’apparato, ma di provata fedeltà alla Guida suprema. Il tono vuole essere conciliante. «Non ci sono vincitori e sconfitti, siamo al servizio del popolo», dice Gholamali Haddadadel, primo eletto della coalizione Abadgaran («Costruttori dell’Iran islamico»), la nuova maggioranza del parlamento iraniano.
MARINA FORTI
DI RITORNO DA TEHRAN
manifesto – 29 Febbraio 2004
In un auditorium di Tehran centrale i «vincitori» si presentano alla stampa. Non sono nomi di particolare spicco nella scena politica iraniana: personaggi scialbi, d’apparato, ma di provata fedeltà alla Guida suprema. Il tono vuole essere conciliante. «Non ci sono vincitori e sconfitti, siamo al servizio del popolo», dice Gholamali Haddadadel, primo eletto della coalizione Abadgaran («Costruttori dell’Iran islamico»), la nuova maggioranza del parlamento iraniano. «I riformisti non si sono occupati dei problemi reali, hanno bloccato il parlamento con discussioni politiche. Noi vogliamo lavorare per lo sviluppo del paese». Fare domande è vano: la risposta è sempre la stessa, il parlamento deve smettere di fare politica e occuparsi di cose concrete. Lo stile è untuoso. Che ne sarà delle riforme, tornerete indietro? «No, certo. Vogliamo però rimettere ordine. La rivoluzione islamica è una riforma nella sua essenza». Le libertà personali? «Nel rispetto dei valori islamici, non imporremo nulla con la violenza. Ma al popolo interessano pane, lavoro, sviluppo». Sono queste le persone che domineranno il settimo parlamento della Repubblica islamica iraniana, che si insedierà a maggio. La svolta a destra è netta. Ma cosa resta dell’esperienza riformista in Iran? Nel 1997 l’elezione di Mohammad Khatami alla presidenza della repubblica aveva cambiato l’atmosfera sociale e politica. Poi il potere ha reagito: nell’99 una «primavera» studentesca è stata stroncata con la violenza, decine di giornali sono stati chiusi e giornalisti incarcerati. Quando nel 2000 due terzi degli elettori iraniani hanno dato la maggioranza del parlamento ai riformisti, molti hanno pensato che finalmente il presidente Khatami sarebbe riuscito a realizzare le sue riforme democratiche. La disillusione è stata proporzionale alle speranze. Per quattro anni, le leggi approvate dal parlamento sono state sistematicamente respinte dal Consiglio dei Guardiani, l’organismo di giuristi islamici cooptato dalla Guida suprema (massima autorità della Repubblica islamica) che ha potere di veto su leggi e candidature. Il potere reale è rimasto in mano all’establishment che fa capo alla Guida suprema e alle istituzioni non elette: e questo blocco, indicato come «i conservatori», ha combattuto i riformisti con un misto di veti e repressione. I riformisti, benché al governo, non hanno mai controllato la magistratura (il cui capo è nominato dalla Guida suprema) né la radio e Tv, che ha dato voce solo ai conservatori («Abbiamo più volte chiesto che si desse conto delle nostre battaglie in parlamento a favore delle donne e dei diritti sociali. Ma non abbiamo mai avuto voce», ci ha detto Fatemeh Rake’i, deputata uscente, protagonista della protesta contro il veto alle candidature).
Giocare col gorilla Ormai lo schieramento riformista sarà una piccola minoranza parlamentare, una quarantina di deputati e deputate. Il presidente Khatami, il cui mandato scade tra un anno, è solo. E’ il risultato dell’esclusione fatta a priori dal Consiglio dei Guardiani: per protesta le principali forze riformiste hanno poi ritirato i pochi candidati passati al vaglio dei Guardiani per «non legittimare una consultazione non libera né corretta». «La definizione di conservatori non è esatta, preferisco dire “gli autoritari”», commenta Emad-din Baghi, direttore della casa editrice Saraii, minuscola impresa che tenta di sopravvivere alla censura: «I nostri conservatori non conoscono regole del gioco politico. La politica qui è come giocare a scacchi con un gorilla». Emad-din Baghi è uno degli intellettuali e giornalisti che hanno fondato giornali per vederli chiudere dalla magistratura e ha trascorso gli ultimi anni dentro e fuori il carcere (anche ora ha una condanna per reati d’opinione: è sospesa, potrebbe essere applicata in ogni momento. La stessa minaccia pende su numerosi deputati riformisti, attivisti politici, intellettuali). Ormai, ripetono i deputati incontrati in questi giorni, il movimento riformista si riorganizzerà nella società civile. «Ogni movimento politico parte dalla sua base popolare, è giusto che ora ricominci dalla società civile», dice anche Emad-din Baghi: «Ma finché non trova una voce dentro alle istituzioni, sarà sempre vulnerabile alle censure imposte dal regime». E’ per questo che Emad-din Baghi, uno degli intellettuali riformisti più autorevoli in Iran, non era convinto della scelta di boicottare il voto. Certo, la competizione è stata tutt’altro che corretta. Non solo la bocciatura dei candidati. «Gli autoritari hanno cominciato un paio d’anni fa a costruire la loro rivincita elettorale», spiega. Hanno costruito una coalizione e mobilitato gli apparati dello stato per sostenerla. Hanno puntato su candidati d’apparato, giocato sui meccanismi elettorali: nelle circoscrizioni che eleggono un solo deputato, ad esempio, «il Consiglio dei Guardiani ha messo il veto su tutti i nomi sconosciuti, nel timore che fossero dei riformisti, e qualificato solo candidati di provata fedeltà al regime». Così 190 seggi erano bloccati, «fuori competizione»: i conservatori avevano una maggioranza assicurata. D’altra parte i riformisti non potevano sperare nel plebiscito ottenuto quattro anni fa, fa notare Baghi, e sapevano che l’astensione favorisce i conservatori: dunque hanno preferito ritirarsi. E però, «puoi fare appello al boicottaggio quando sai che l’ottanta percento degli elettori ti seguirà». L’appello al non-voto non poteva funzionare perché «nei piccoli centri rurali, lontano dalle grandi città, il voto serve a salvaguardare interessi locali o di minoranze e non si può rinunciarvi. Inoltre era un messaggio contradditorio: abbiamo combattuto per dare legittimità alle istituzioni democratiche, ora non possiamo chiedere ai cittadini di non votare. E’ vero, la competizione era scorretta. Potevamo chiedere di votare per i candidati più moderati e accettabili, o piuttosto scheda bianca: le schede bianche sono il voto di protesta».
L’apparato del consenso I riformisti non hanno fatto i conti con l’apparato del consenso, fa notare Baghi. Votare significa avere un timbro sulla carta d’identità: circa 2000 studenti che ogni anno tentano l’esame d’ingresso all’università preferiscono avere quel timbro, così tutti gli agricoltori che chiedono crediti agricoli agli enti statali, e tutti coloro che sono impiegati nelle fondazioni islamiche (parecchie centinaia di migliaia di persone) o negli apparati dello stato, dalla Guardia della rivoluzione ai corpi separati di volontari islamici. E poi i circa 6 milioni di famiglie, soprattutto rurali, che percepiscono sussidi di fondazioni di stato come il Comité dell’Imam. «Sarà paura, ma sta di fatto che queste persone sono andate a votare. E ci sono andati tutti coloro che non volevano lasciare il terreno ai conservatori senza neppure tentare una resistenza». Il risultato del boicottaggio «è andato a tutto vantaggio della macchina del despotismo». Emad-din Baghi prevede tempi difficili per l’opposizione: non crede che «gli autoritari» sentiranno il bisogno di mostrarsi moderati. «Vorranno, anzi, eliminare qualsiasi concorrenza alle presidenziali, tra poco più di un anno. La pressione politica dunque resterà alta. E se prima la voce dei dissidenti poteva farsi sentire in parlamento e sui giornali, ora sarà più dura». I due quotidiani riformisti chiusi alla vigilia del voto, Sharq (Oriente) e Yas-e-Nou, erano quelli a maggiore tiratira: 150 e 120mila copie rispettivamente. «Altri giornali nasceranno, certo. Saranno chiusi, facile previsione, ma altri ancora nasceranno. Ma è una battaglia impari: non c’è paragone tra l’audience dei giornali e della radio e tv, monopolio del potere».
Parentesi quadre e puntini Il movimento per le riforme deve trovare una voce all’interno delle istituzioni e insieme far pressione dall’esterno, sostiene Baghi. Non hanno torto gli studenti, quando dicono che riformare il sistema dall’interno non è possibile: «Il sistema non vuole essere riformato, ce lo ha insegnato l’esperienza di questi anni: il potere dispotico difende se stesso. Ma un forte movimento sociale, con forti istituzioni della società civile, sarebbe una forza di pressione». Emad-din Baghi fa l’esempio dei serial killings, l’ondata di «misteriosi» omicidi di oppositori e dissidenti avvenuta nella seconda metà degli anni ‘90: giornalisti come lui e Akbar Ganji, ora dietro le sbarre, disvelarono con articoli e inchieste il ruolo degli apparati di sicurezza in quella vera e propria «guerra sporca» contro il dissenso. Ogni rivelazione suscitava indignazione pubblica e proteste, finché il ministro dell’informazione fu costretto ad ammettere la responsabilità della polizia segreta – «elementi deviati», certo, ma era la prima volta nella storia dell’Iran che la polizia segreta era costretta a una simile ammissione: ed è stata la pressione della società a costringerla, dice Baghi. «Il sistema resiste al cambiamento: ma invece di farci da parte dobbiamo rafforzare le istituzioni popolari». Elenca: sindacati dei lavoratori, organizzazioni di studenti, associazioni, partiti, organizzazioni non governative, sindacati della stampa, tutte le espressioni di una società civile organizzata. La democrazia è oggetto di conflitto e negoziato continuo, insiste. Intanto lui conduce la sua battaglia con la casa editrice. Il suo Religione e potere ha ottenuto l’imprimatur del ministero della Cultura, dopo un anno e mezzo di attesa, «a condizione di tagliare alcune parti, frasi, interi paragrafi. E noi lo pubblicheremo con parentesi quadre e puntini, perché si sappia che là si è esercitata la censura».
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